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L'anima buona del Sezuan

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In Scena all'Arena Del Sole dal 21 al 25 Novembre 2018.

Quante volte, nelle occasioni speciali, ci è capitato di far fuoriuscire lo chef che è in noi? La voglia di impressionare amici, parenti, fidanzate, fidanzati o una persona che si è appena conosciuta con qualche trovata gastronomica succulenta alberga dentro di noi da sempre, e noi, ne andiamo fieri. Allora ecco che cominciamo a mischiare gli ingredienti, ad abbinare cibi, spezie, sapori e colori in combinazioni mai viste prima, creando dei nuovi sapori. L’ultimo tocco è l’impiattamento, da veri cuochi provetti e, perché no, una bella bottiglia di vino da abbinare alla nostra fantastica cena.

Fare teatro è un po’ come cucinare. Gli attori, il testo, i costumi, la scenografia, gli oggetti di scena, le musiche, le luci, sono tutti gli ingredienti che compongono il nostro spettacolo. Il regista e il cuoco sono le due facce della stessa medaglia ed entrambi devono avere una capacità fondamentale per il loro mestiere: sapere dosare e bilanciare bene gli ingredienti che hanno a disposizione.

Lo spaghetto con aglio, olio e peperoncino sembra molto semplice, ma il rischio più alto quello di mettere troppo olio e quindi di “ammazzare” tutti i sapori presenti in un piatto tanto semplice quanto ricco.

Qualche sera fa sono stato a cena all’Arena Del Sole, gli chef ospiti erano niente di meno che Elena Bucci e Marco Sgrosso e il piatto forte, una rivisitazione de L’anima buona del Sezuan di Brecht, con influenze dal teatro orientale e dalla commedia dell’arte (in gergo culinario diremmo “fusion”).

Lo spettacolo si presenta benissimo, con costumi fantastici, grandi prove da parte del gruppo e dei singoli, il tutto abbellito dalle scenografie e dalle maschere, entrambi opere di Stefano Perocco. Già nei primi dieci minuti la compagnia mostra un certo dinamismo e un ritmo molto alto che riescono a tenere per tutta la durata della rappresentazione. Troppo. Troppo perché rimangono sempre sullo stesso piano, se pur alto, senza mostrare mai una variazione, annullando, di conseguenza, tutti i momenti che dovevano essere ricchi di pathos. Il binomio teatro orientale-commedia dell’arte di certo non è nuovo al pubblico del teatro, ma rimane una sfida sempre audace, che però Bucci e Sgrosso, a mio avviso, perdono. Le nostre nonne non avevano torto a dirci che “il troppo storpia”.

Sarebbe però anche il caso di fare riferimento alle note di regia; la compagnia dichiara di aver fatto un grande lavoro di preparazione sullo straniamento, caratteristico delle opere di Brecht (e si vedeva). Forse è proprio questa la chiave di lettura che giustifica l’atmosfera che caratterizzava l’intero spettacolo. Fatto sta che il messaggio, ben espresso da tutti gli attori nella scena finale, probabilmente, non è arrivato, non perché non venisse trasmesso, ma perché c’è una consapevolezza maggiore del problema evidenziato da parte del pubblico-popolo, diversamente da quello che assisteva agli spettacoli di Brecht nella Germania del tempo. Abbiamo ancora realmente bisogno di renderci conto di una situazione in cui noi stessi ci troviamo, ma che facciamo finta di ignorare? Nel teatro che oggi conosciamo, abbiamo ancora bisogno di non essere coinvolti nella vicenda per "guardarla dall'esterno" e poterla capire?

In maniera del tutto personale mi sento di fare una piccola appendice riguardo le maschere; delle vere e proprie opere d’arte che confermano ancora una volta la maestria di Perocco. La Maschera non è un oggetto di scena, tantomeno una scenografia, essa è una seconda pelle che l’attore indossa, un personaggio con una storia, un trascorso, che si serve del corpo di un altro per poter parlare e in quanto tale va rispettata. Vedere un attore che, se pur accidentalmente, mette le dita negli occhi della maschera, la toglie dal viso mentre è rivolto al pubblico, la indossa in altre parti del corpo come delle ginocchiere o, ancora peggio, sovrappone una maschera all’altra, fa sempre un po’ male. Probabilmente anche questo tipo di approccio che la compagnia ha avuto con le maschere è inscrivibile nel lavoro fatto sullo straniamento. Oppure forse era solo una provocazione, in pieno stile “brechtiano”.

Insomma, uscito dal ristorante dopo quasi tre ore di banchetto, posso dire che il tanto declamato piatto forte, sia rimasto indigesto a buona parte dei commensali.

Daniele Facciolli

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