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Il Cantico dei Cantici

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Quanti modi ci sono per leggere uno spettacolo? Quante interpretazioni si possono dare? Più o meno infinite. Ci sono quelle serate in cui apprezzi il ruolo del primo attore, altre in cui lodi lo scenografo, in altri tempi il macchinista, altre in cui trovi l’armonia che lega tutti gli elementi contenuti nell’opera. Ci sono, invece, quelle sere in cui vorresti scrivere talmente tante di quelle cose che non sai da quale punto partire e cominci a pensare, a leggere gli appunti presi sul taccuino quella sera e cerchi una via.

Comincio da qui: Roberto Latini è stato formidabile la sera di quel 6 di novembre, si muoveva su quel palco come se stesse fluttuando nel più profondo spazio e come un buco nero ci attraeva sempre più verso di lui, fino a farci conoscere il suo dramma e aspirarci in un vortice di voci, suoni, rumori, urla soffuse e parole.

Il suo “Cantico dei Cantici” si presenta al pubblico come uno studio radiofonico con una panca, una pianta, un microfono anni ’50, una parrucca verde, una scritta luminosa “ON AIR”, un telefono a cornetta.

L’attore comincia a ballare sulle note di “Every you every me” dei Placebo nelle sue cuffie, quando le toglie tira su il telefono e poco dopo lo rimette giù. Siamo in onda; comincia a recitare dei brani tratti dal Cantico, nelle case risuoneranno quelle parole di amore e speranza che si diffonderanno nei cuori di chi ascolta. Ecco una prima visione: l’attore è il punto di contatto tra l’uomo e il divino e usa, come mezzo di divulgazione della Parola, uno strumento quotidiano come la radio e, probabilmente, il telefono come strumento di comunicazione con l’alto.

Ora però recita gli stessi testi, con una verve diversa, molto più interiore, malinconica, come se volessi indirizzare quelle parole non a tutti, ma qualcuno in particolare, come ci suggeriscono alcuni appellativi come “Amore mio”, “mio amato” ai quali, dedica una maggiore cura nel proferirle. Forse la stessa persona dalla quale aspetta una risposta al telefono. Il ciclo di doppia recitazione si ripete, intervallato da momenti in cui lui danza sulle note di alcune canzoni che ascolta in cuffia. Ora lo vediamo riascoltare e ripetere a memoria i brani del Cantico recitati da una voce femminile, forse parole che qualcuno un giorno gli ha dedicato e che adesso non c’è più.

Il punto di rottura avviene nel momento in cui le parole di quei testi d’amore diventano voci che si moltiplicano nella sua testa, e allora lo vediamo togliersi il trucco che mascherava la sua vera faccia.

“Che peccato”, “Che peccato, “Che peccato”; questo è il messaggio che risuona nella sua testa e che riesce a zittire solo ascoltando quella voce soave di donna. La paura ha preso il sopravvento, non riesce nemmeno più ad alzare il telefono perché non sopporterebbe non sentire ancora alcuna risposta dall’altro lato. Ecco allora svelata la vera funzione di quella cornetta nera e di quella parrucca verde.

Si è tolto tutta la maschera, è di nuovo in onda e con una rabbia ed una foga irruenti recita le ultime parole al microfono (il riverbero e la distorsione della voce rende tutto ancora più inquietante) in cui ricorre spesso la frase “Il mio diletto è mio”. Sta ancora aspettando che quella persona senta la sua voce in radio e torni da lui.

La tempesta è conclusa. “Che peccato”, dopo essere stata quella parola che ha scatenato il caos, ora chiude lo spettacolo.

Questa è solo una visione personale di ciò che abbiamo assistito quella sera nella sala Thierry Salmon, una delle tante interpretazioni di uno spettacolo formidabile, breve ma ricco, con un interprete eccezionale che è riuscito a rubare il cuore di tutti i presenti.

Daniele Facciolli

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