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La classe operaia va in paradiso

In scena al Teatro Arena Del Sole dal 16 al 18 febbraio 2018.

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voto-4.pngDopo il grande debutto al Teatro Storchi di Modena arriva anche a Bologna all’Arena Del Sole “La classe operaia va in paradiso” prodotto da ERT Fondazione con la regia di Claudio Longhi. L’idea di riportare a teatro la storia dell’omonimo film di Elio Petri suggerita da Lino Guanciale, che interpreta Lulù Massa, al regista Longhi trova subito una ragion d’essere.

Perché la questione lavorativa è ormai centrale ai nostri tempi e non solo alle nuove generazioni; il problema legato al diritto del lavoro è tutt’altro che risolto e nasce già nel lontano settanta epoca in cui viene prodotto il film. Il testo che Paolo di Paolo ha tratto dalla sceneggiatura del film si trasforma in un’operazione di collage testuale attuando una stratificazione dei materiali filmici. Copione composto da alcune pagine delle numerose stesure di Petri e Pirro, dalle parole degli stessi sceneggiatori, da voci di questi e quegli anni, dai commenti di alcuni spettatori che hanno rivisto il film nell’ultimo periodo. Il regista (Longhi) non risparmia i riferimenti ai grandi del passato, soprattutto ad autori che operarono nel campo del teatro politico; la forma è sicuramente epica, nell’accezione “brechtiana”, e lo si evince dai vari elementi registici come: le conversazioni di Petri e Pirro sulla costruzione del film che il regista rende parte dello spettacolo; dai continui passaggi da un luogo all’altro della scena attraverso un mutamento a vista della scenografia (ideata da Guia Buzzo) che sono intervallati dalla proiezione da alcuni spezzoni del film su una grata, ma anche schermo all’occorrenza, frontale allo spazio del proscenio. Ma la grata funge anche da blocco scenico dividendo in due il palco, ricreando simbolicamente una sorta di “ambiente-galera”, uno spazio chiuso, claustrofobico, come adotta lo stesso Petri all’interno del film risaltando quello “status-prigioniero” che appartiene a quella classe operaia all’interno della fabbrica (anche nelle scene all’aperto è sempre presente un cancello o delle sbarre che rievocano quel senso di claustrofobia), che si conferma tematica centrale del film. L’uso delle proiezioni e delle immagini sullo schermo, come era solito usare Piscator nel suo teatro politico, rievocano il contesto; questo aiuta il pubblico ad avere un punto di vista analitico e distante, restando più lontano possibile dall’immedesimazione nei personaggi e nella stessa scena permettendo al regista di «raccontare il presente attraverso qualcosa che lo allontana» (Brecht). La musica è eseguita dal vivo recuperando le composizioni originali di Morricone mischiandole a brani dell’epoca, come le canzoni di Fausto Amodei, e reinvenzioni barocche. Lo spettacolo è interpretato dal gruppo di attori che da tempo lavora con Longhi: Lino Guanciale, Diana Menea, Donatella Allegro, Michele Dell’Urto, Nicola Bortolotti, Simone Francia, Eugenio Papalia, Franca Panone, Simone Tangolo e Filippo Satini, gruppo numeroso ma che di certo lavora con un certo feeling.

Di sicuro in questi tempi, dove la rivoluzione è forse un’utopia, sarebbe bene fermarsi perlomeno a pensare alle problematiche che ci circondano; oggi più che di diritto sul lavoro potrei parlare di diritto di lavoro. Io sono uno di quei tanti giovani che appartiene al secolo del precariato, dove la mansione a tempo indeterminato è una realtà quasi estinta nella nostra bella Italia, dove le elezioni politiche pesano sempre più come una minaccia. Non mi sento all’altezza di giudicare lo spettacolo dicendo che possa o non possa oppure voglia o non voglia cambiare le cose, ma una cosa la dico: che almeno mi ci ha fatto pensare.

Maurizio Dall’Acqua

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